ENOGEA – II SERIE AGOSTO/SETTEMBRE 2009
SALENTO. IL REGNO DEL NEGROAMARO
di Francesco Falcone
UN TERRITORIO VASTO E PIANEGGIANTE. TANTE DENOMINAZIONI, ALCUNE PURTROPPO INUTILIZZATE, E UN VITIGNO – IL NEGROAMARO – A FARLA DA PADRONE.
DIFFICILE DA INTERPRETARE, MA INIMITABILE QUANDO RIESCE AD ESPRIMERE IL SUO TALENTO EVOLUTIVO.
Eccolo il Negroamaro.
Incubato da secoli nel ventre di fuoco del Salento. Capace di sopravvivere alle stagioni assolate di una tavola piatta che mette in contatto tre mari: l’Adriatico, lo Jonio e quell’immensa macchia verde di viti e ulivi che ricopre le sue argille e le sue rocce.
Un vitigno che matura tra lo scirocco e la tramontana. Che odora di sale e di terra bruciata dal sole. Che non è un vino/vitigno alla moda. Anzi.
È buono, buonissimo, solo quando riesce ad esprimere il suo talento evolutivo, quando l’alcolicità si mette al servizio del suo frutto surmaturo e della sua saporita trama tannico/sapida. Diversamente non è altro che l’ennesimo rosso di volume.
Goffo e prevedibile.
Quello dei Taurino, dei Candido, dei Vallone. Il vitigno del cuore di Severino Garofano, enologo oggi in pensione ma pur sempre un simbolo del vino pugliese. Grazie a lui, ai suoi vini e a quel manipolo di produttori ispirati, oggi le nuove leve conoscono meglio i pregi e difetti del vitigno.
Un vitigno che rispetto al primitivo – quando al riparo da forzature enologiche – sembra pallido e magro, vestito soltanto di una camicia lisa e sbrindellata. Ha però grossi polsi e grosse mani, e uno sguardo che acchiappa.
Un rosso dall’addominale sgualcito, ma dalla tempra d’acciaio.
I PUNTI CARDINE
1) Il Salento è negroamaro. O viceversa. Il vitigno trova infatti il suo principale bacino viticolo nelle provincie di Brindisi e Lecce, dove rappresenta oltre l’80% dei 14.000 ettari coltivati a vite. Il cuore geografico del comprensorio conta su una quarantina di piccoli, a volte piccolissimi comuni, spesso veri e propri villaggi a vocazione agricola legati essenzialmente alla vigna e all’ulivo.
2) Il vigneto, stretto tra due mari e pressoché pianeggiante (non si superano mai gli 80 metri di altitudine) si sviluppa prevalentemente lungo il versante jonico. Infatti, ad eccezione dei territori vitati a nord di Lecce (vedi le doc Brindisi e Squinzano), la viticoltura intensiva è quasi del tutto assente lungo la fascia Adriatica.
3) I suoli del Salento viticolo sono in prevalenza di tre tipi. Il più delle volte profondi e argillo- calcarei nell’entroterra dell’Alto Salento; argillo-sabbiosi in prossimità della costa e in alcune aree di Copertino e Leverano; spesso più superficiali e rossastri nel Basso Salento, con la roccia calcarea che di tanto in tanto affiora, in particolare tra Galatina e Matino.
4) Nove sono le denominazione d’origine in cui la varietà è protagonista, a cui va aggiunta la più nota e capillare Igt Salento (delle principali ne scriverò brevemente in chiusura di articolo). Venti milioni, poco più, poco meno, sono le bottiglie di vino rosso “a base” negroamaro che ogni anno entrano sul mercato (il 90% delle quali vendute all’estero).
5) Almeno nelle annate più classiche e soleggiate, il vitigno matura intorno alla metà di settembre, mentre nelle stagioni più fresche o in caso di vendemmie volutamente posticipate si raccoglie alla fine del mese. Quindi, da due a tre settimane in ritardo rispetto al primitivo, altra varietà salentina di cui ho già scritto in passato.
6) Al contrario del primitivo, il negroamaro non è quasi mai imbottigliato in purezza. Non solo per le sue note carenze di colore (tende al granato con una certa facilità), ma pure per una certa “essenzialità” aromatica che soprattutto nelle versioni più giovanili lo rendono scarsamente espressivo.
7) Se un tempo la sua spalla ideale (già in vigna) era la malvasia nera di Brindisi e di Lecce, oggi i suoi partner più ricercati sono il Montepulciano (per il colore e l’acidità), il primitivo (per la sua carnosità), più i soliti vitigni internazionali. Ed è proprio seguendo queste nuove linee produttive che a breve alcuni disciplinari di produzione saranno modificati.
8) Detto questo, il miglior Negroamaro possibile (con o senza apporto di altre uve) è un rosso di ottimo temperamento e notevole personalità. La sua energia, rispetto al più spettacolare Primitivo, sempre per portare un esempio immediato, si esprime sotto traccia, con modi più tratteggiati, senza apparenti slanci di entusiasmo. È un rosso di “bocca”, dunque, perché sa scongiurare come pochi altri vitigni meridionali gli eccessi “calorici” dei climi più caldi. E lo fa con una verve tannico/sapida molto riconoscibile, progressiva e saporita.
9) In campagna c’è sempre più spazio per la contro spalliera con potatura a cordone speronato: un sistema di allevamento che oggi rappresenta i tre quarti della superficie vitata “produttiva” del territorio. I nuovi impianti, più facili e meno costosi da gestire durante l’anno rispetto all’alberello tradizionale, si prestano anche alla vendemmia meccanizzata, una soluzione verso cui un numero sempre più cospicuo di aziende si sta orientando.
10) Nel Salento, per via di una notevole frammentazione viticola, hanno da sempre un peso straordinario le cantine sociali ch tuttavia – da qualche anno e salvo poche e valorose eccezioni – stanno vivendo una profonda crisi strutturale: faticano a entrare nel mercato con una strategia commerciale efficace, imbottigliano sempre meno e alla fine non liquidano più i soci con regolarità. Ecco allora spiegato lo stato di abbandono di tante vigne allevate ad alberello, le più preziose e le più antiche del territorio.
11) Al contrario di molte altre regioni meridionali, dove le aziende private hanno dimensioni contenute, penso alla Campania, alla Basilicata e a parte della Sicilia, qui insistono grandi case vitivinicole commerciali (per certi versi vicine all’impostazioni dei négociant altoatesini) che oltre al proprio bacino vitato di proprietà (più o meno esteso) acquistano uva dai coltivatori/fornitori esterni.
12) I prezzi dei vini recensiti, salvo pochissime eccezioni, oscillano tra i 4 e gli 8 euro a bottiglia (franco cantina, IVA esclusa, per operatori). Ma non solo: qui nel Salento capita spesso che i vini di base siano più buoni e risolti delle selezioni più ambiziose, non di rado velleitarie e approssimative nella costruzione. Anche per questo – dunque – i migliori rossi della zona sono straordinariamente convenienti.



